A proposito di donne illuminate

Anna Kuliscioff  lo aveva capito un secolo fa, quando le donne non avevano neanche diritto di voto, che la questione delle donne non dovesse essere inteso come un problema di genere ma un problema sociale, che finché le donne fossero state trattate come delle minorate, e – peggio – finché la questione della parità fosse rimasta un divertissement da salottiere alto-borghesi con velleità illuministe – il paese tutto ne avrebbe pagato lo scotto.
Kuliscioff lo aveva capito, ne aveva scritto. Ne aveva scritto nella prolifica corrispondenza privata con il leader del Partito Socialista – Filippo Turati – che pur in quegli anni si batteva in parlamento per il suffraggio universale ma che alla fine, anche lui, si risolse con l’accettare soddisfacente che il diritto al voto dovesse essere prerogativa della parte fisiologicamente dotata di intelletto e capacità produttiva della popolazione italiana, i maschi. Un maschio, anche analfabeta, anche deinquente, era anche per i socialisti un cittadino più cittadino di una donna.
Esattamente come oggi. Oggi le donne – queste minorate – continuano a lavorare meno degli uomini, ad essere relegate a lavori di assistenza quasi che ne fossero geneticamente predisposte, a guadagnare meno, a sbattersi il triplo ed a gravare sulla collettività in maniera impropria con il “privilegio” di ritirarsi dal lavoro prima dei loro uomini. Con quale risultato? Che il nostro paese non cresce, invecchia, si atrofizza.
AK aveva capito – un secolo fa – che la questione femminile o è questione sociale – welfare, per intenderci – o non è. E il welfare non ha genere.  Anna Kuliscioff – senza tema di smentita – è ancora la più lucida rappresentante della tradizione riformista europea. Il suo “anti-femminismo” – il suo essere ontologicamente contro “quote rosa” o politiche di genere deve poter illuminare ancora oggi donne e uomini impegnati in politica, donne e uomini che credono nella cittadinanza responsabile. Donne e uomini che vogliono contribuire a civilizzare il paese, e contribuire a far pressione sui decisori perché intraprendano la sola strada possibile al progresso: la normalizzazione delle donne.

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